La ricetta del caos

Per Alessio Marchionna. Internazionale.

Dopo la vittoria di Trump si è detto spesso che il secondo mandato sarebbe stato molto diverso dal primo, principalmente per due aspetti: la selezione dei ministri e dei collaboratori, perché il presidente si sarebbe assicurato di non avere intorno nessuno che gli dicesse di no o provasse quantomeno a frenare i suoi istinti più estremi; e la reazione di quella parte del paese che non aveva votato per lui, più remissiva rispetto a otto anni prima.

Un anno dopo, questa lettura continua a essere una buona bussola per provare ad analizzare quello che stiamo vedendo in modo equilibrato, per quanto possibile. Quei due elementi – la mancanza di costrizioni e l’occupazione del vuoto politico e culturale che si è aperto dopo le elezioni del 2024 – spiegano non solo i “successi” di Trump ma anche i suoi fallimenti. Lo si è visto soprattutto in queste settimane di esercizio sfrenato del potere in casa e all’estero.

Una delle lezioni principali imparate da Trump durante il primo mandato è che, per realizzare la propria visione, un presidente ha bisogno della collaborazione di molti pezzi del governo. Non è che nella sua prima amministrazione non ci fossero estremisti, ma è capitato più di una volta che qualcuno, in qualche posizione chiave, si mettesse di traverso. È stato il caso, per esempio, del ministro della giustizia Jeff Sessions, uno con idee radicali (soprattutto sull’immigrazione), ma anche un repubblicano vecchio stampo, di quelli convinti che l’integrità delle istituzioni abbia la precedenza rispetto ai capricci del presidente. Quando scoppiò lo scandalo sulle interferenze russe durante la campagna elettorale del 2016 ed emersero i suoi contatti con l’ambasciatore di Mosca, Sessions decise di chiamarsi fuori dall’indagine per evitare conflitti di interesse e tutelare la credibilità del dipartimento di giustizia; questa decisione aprì la strada alla nomina di Robert Mueller come procuratore speciale e a un’inchiesta che Trump visse come un sabotaggio interno.

Un altro grosso ostacolo era l’Fbi. Trump pretendeva che la polizia federale rispondesse direttamente a lui. Arrivò a chiedere “lealtà” al direttore James Comey e lo sollecitò a lasciar cadere l’indagine su Michael Flynn, allora consigliere per la sicurezza nazionale, coinvolto nei contatti con la Russia. Comey non solo rifiutò, ma mise anche per iscritto questi incontri in memorandum interni, proprio perché li considerava impropri e potenzialmente pericolosi. E altri ostacoli ancora erano il dipartimento della difesa e il consiglio per la sicurezza nazionale, nei quali tendeva a prevalere una linea “moderata” per quanto riguarda l’uso della forza militare all’estero e la gestione dei rapporti con gli alleati internazionali.

Non sorprende quindi che alcune delle nomine più controverse di Trump per il secondo mandato abbiano riguardato queste aree. Al dipartimento di giustizia è andata Pam Bondi, che nel 2019 e nel 2020 era stata nel team di avvocati di Trump durante il suo primo processo di impeachment. Come direttore dell’Fbi è stato nominato Kash Patel, un complottista che durante il primo mandato di Trump aveva accusato l’Fbi e il dipartimento di giustizia – “lo stato profondo” – di complottare contro il presidente, e sostenuto la necessità di una “bonifica” politica. Al dipartimento della difesa è finito Pete Hegseth, personaggio televisivo che in passato ha invocato una “crociata americana”.

Una volta ai loro posti, queste persone non si sono limitate a fare quello che Trump gli ordinava, ma hanno collaborato tra loro per realizzare a pieno la sua visione, trasformando radicalmente le istituzioni sotto il loro controllo. Il caso più eclatante riguarda il dipartimento di giustizia (Doj). I fatti di Minneapolis mostrano come il dipartimento di Bondi sia di fatto diventato uno strumento di protezione politica e legale dell’Ice. Dopo le uccisioni di Renée Good e Alex Pretti da parte di agenti federali, il Doj non ha avviato indagini sui comportamenti delle forze dell’ordine, ha bloccato l’accesso alle prove ad autorità statali e locali e ha provato ad addossare la colpa alle vittime. In parallelo, ha lanciato indagini penali e inviato mandati e lettere intimidatorie contro governatore, sindaci e funzionari del Minnesota, chiedendo cooperazione forzata con l’Ice e la consegna di dati sensibili, facendo un uso politico della giustizia senza precedenti dai tempi del Watergate. Il dipartimento ha anche spostato risorse verso operazioni per perseguire manifestanti, oppositori e giornalisti.

Trump quindi ha avuto quello che voleva – un apparato che si muovesse in blocco per realizzare la sua visione – ma così ha creato le condizioni per il proprio fallimento. Fallimento politico, perché ha risvegliato l’opposizione e allarmato gli elettori moderati, e istituzionale, perché il dipartimento di giustizia è stato risucchiato dal caos creato dall’operazione di Minneapolis, al punto che non è nemmeno in grado di mandare i suoi avvocati alle udienze dei tribunali che devono pronunciarsi sulle decine di ricorsi.

Qualcosa di simile sta succedendo all’Fbi, che sotto la guida di Patel è diventato un apparato sempre più politicizzato e governato dalla paura: dirigenti e agenti coinvolti in indagini su Trump vengono rimossi, le priorità investigative vengono stravolte a favore della lotta all’immigrazione e della propaganda, e le regole di indipendenza e imparzialità cedono il passo alla lealtà personale verso la Casa Bianca. Con il risultato di rendere l’agenzia sempre meno capace di individuare e contrastare le vere minacce alla sicurezza nazionale e i crimini più gravi.

Anche sul secondo punto – l’umore di fondo del paese – Trump si è spinto così oltre da finire per darsi la zappa sui piedi. La sua vittoria del 2024 è stata anche il prodotto di un forte contraccolpo conservatore, una reazione dopo anni di trasformazioni culturali e politiche accelerate; ed è questo che spiega, almeno in parte, la debolezza della risposta iniziale, nonostante un programma politico ancora più radicale del primo mandato, e il docile allineamento al nuovo corso di ampi settori del mondo culturale. Ma invece di limitarsi a consolidare quella vittoria, Trump ha voluto stravincere, spinto dalla consueta mania di onnipotenza e da un impulso di rivalsa verso un ambiente dal quale si è sempre sentito respinto e sminuito.

È emblematica in questo senso la sua ossessione per il Kennedy Center, il prestigioso centro di arti dello spettacolo di Washington. Dopo essersi autoinsediato come presidente del board, Trump ha imposto il suo nome sull’edificio (“Trump Kennedy Center”), ha piazzato dei suoi fedelissimi alla direzione, ha preteso una svolta “anti-woke” nella programmazione, eliminando gli eventi che celebravano la comunità lgbt+, e organizzando conferenze della destra religiosa. Un po’ alla volta sono aumentati i boicottaggi, tanti eventi sono stati cancellati e le vendite dei biglietti sono crollate, e giorni fa il presidente ha annunciato una chiusura di due anni del centro per una radicale “ricostruzione”. Il messaggio che arriva al paese è che, mentre la sua amministrazione è travolta da scandali e il consenso cala, Trump preferisce concentrare tempo ed energie su una battaglia simbolica e marginale. Intanto altri settori della cultura, a cominciare dalla musica, hanno ripreso a contestarlo apertamente come durante il primo mandato.

Sul New York Times Ezra Klein ha spiegato perché questo modo di governare non può che creare caos, e alla fine rivelarsi fallimentare. La strategia di Trump, teorizzata da Steve Bannon, consiste nell’essere sempre in movimento, andando così veloce da saturare l’attenzione pubblica, impedendo ai mezzi d’informazione, all’opposizione e alle istituzioni di organizzarsi e di reagire. Ma questa logica finisce per ritorcersi contro chi la pratica: nel tentativo di travolgere tutti, l’amministrazione travolge se stessa, moltiplicando conflitti, scandali e decisioni sconsiderate che assorbono tempo, energie e credibilità.

“Non c’è nulla di eccezionale nel fatto che una presidenza venga travolta dalle crisi. Ciò che è straordinario nell’amministrazione Trump è che ha generato quelle crisi da sola. Ha scelto di instaurare un regime di dazi che viene modificato di continuo; ha scelto di minacciare di prendere la Groenlandia con la forza o con i dazi; ha scelto di indagare sui suoi nemici politici, arrivando fino al tentativo di intimidire Jerome Powell, presidente della Federal Reserve; ha scelto di alienarsi i nostri alleati più stretti, spingendo sia Canada sia Gran Bretagna a cercare legami più forti con la Cina; ha scelto di mettere in scena invasioni di città governate dai democratici, creando il contesto in cui sono avvenuti gli omicidi di Renée Good e di Alex Pretti a Minneapolis”.

I repubblicani ormai fanno fatica a dissimulare il panico in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Un’altra amministrazione cercherebbe di correggere la rotta, ma è facile immaginare che Trump affronterà questa situazione andando ancora più veloce, facendo cose ancora più scriteriate o ignobili (venerdì ha pubblicato un video in cui gli Obama erano raffigurati come scimmie, in una parodia del Re Leone generata dall’intelligenza artificiale), creando altro caos, altre crisi. Tra le grandi crisi di cui sentiremo molto parlare ci sono i tentativi di manomettere il processo elettorale e delegittimare in anticipo un eventuale risultato sfavorevole, usando anche in questo caso il dipartimento di giustizia e l’Fbi.

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