I difensori dello Stato avversari della democrazia

Per Marco Bascetta. Il Manifesto.

L’“emergenza sicurezza” come costruzione politica: stato di eccezione permanente e legittimazione della violenza poliziesca

L’intenzione di servirsi degli scontri di Torino per accreditare una situazione di grave emergenza nel Paese che legittimi una stretta repressiva è del tutto evidente. Il potere esecutivo spera di aver trovato nel capoluogo piemontese quello che Trump cercava a Minneapolis: un buon pretesto per decretare uno stato di eccezione che gli avrebbe consentito di sbaragliare qualsiasi opposizione presente e futura. Definire i manifestanti coinvolti negli episodi di violenza a Torino come terroristi, anche se il termine è ormai impiegato come generico stigma del male, è cosa priva di senso. Oppure è una mistificazione volta ad accreditare l’esistenza, del tutto immaginaria, di una solida rete organizzata intorno a un disegno strategico in grado di minare l’ordinamento democratico, onde trarne le dovute draconiane conseguenze legislative. Il riferimento pavloviano alle Brigate rosse non poteva certo mancare.

“Nemici dello stato”, sentenziano i ministri degli interni e della difesa, nonché la presidente del Consiglio. E qui qualche ragione in più la si può effettivamente trovare a patto di partire dalle premesse e cioè dalla natura e dal raggio di azione dell’”emergenza”. Quest’ultima è sovente costruita artificialmente in simbiosi con l’idea di “sicurezza”, contraddicendo qualunque dato statistico e esasperando la percezione del pericolo attraverso una martellante narrazione mediatica. In realtà non vi sarebbe cittadino dotato di raziocinio che ritenga più probabile cadere vittima di un criminale o di un’invasione straniera che non di un episodio di malasanità. Ma gli istituti di ricerca si guardano bene dal rivolgere questo genere di domande che potrebbero danneggiare l’idea governativa di sicurezza e i relativi programmi di spesa.

Che le pratiche arbitrarie dell’emergenza abbiano mutato profondamente il quadro politico e legislativo in diversi paesi europei è cosa da tempo nota e ampiamente dimostrata in Italia dal ricorso permanente alla decretazione d’urgenza, senza fondamento alcuno nella realtà dei fatti né nella natura dei provvedimenti. Lo strapotere dell’esecutivo è un dato acquisito e di fatto rappresenta il volto attuale dello Stato, quello che può procedere a sgomberi, divieti e deportazioni infischiandosene di trattative e mediazioni tra realtà sociali e istituzioni intermedie, inventare nuovi reati, ostacolare i soccorsi in mare, decretare inasprimenti delle pene e dare istruzioni alla magistratura. In questo senso nemici dello Stato lo sono, ben più degli sconsiderati iracondi muniti di randello, l’insieme dei movimenti sociali, delle opposizioni extraparlamentari e delle Ong che a queste politiche si oppongono.

Proviamo, allora, a definire l’emergenza per quello che in sostanza è: un forte attrito tra la democrazia e lo stato, che esplicita la profonda differenza tra i due. Un attrito che si risolve generalmente in un ampliamento dei poteri repressivi dello Stato e una riduzione degli spazi democratici. Quando poi il susseguirsi delle emergenze determina uno stato di emergenza quasi permanente, la prevalenza dello Stato sulla democrazia finisce col generare una trasformazione autoritaria degli ordinamenti politici. Alla sinistra e alla sua storica inclinazione statalista è sempre sfuggito il fatto che la non identità tra democrazia e Stato riguarda anche le democrazie parlamentari di stampo liberale. E in questo mancato riconoscimento della contraddizione risiede tutta la sua debolezza quando non una vera e propria complicità nei confronti di queste involuzioni e delle politiche emergenziali che le accompagnano.

Al centro di ogni stato di eccezione si pone la protezione delle forze dell’ordine dalle conseguenze giudiziarie delle loro azioni. Per chi agisce in una condizione di pericolo, reale o immaginario, in difesa del potere costituito ogni atto è lecito. Le reazioni ai due omicidi perpetrati dagli agenti dell’Ice a Minneapolis sono state da parte del governo americano di immediata e indiscutibile approvazione, così come di condanna senza appello delle vittime. E non è un caso che negli Stati uniti, a partire dalla grande rivolta di Los Angeles nel 1992, le sommosse sono sempre state scatenate non tanto dai delitti commessi dalla polizia, quanto dal proscioglimento o dall’assoluzione dei loro autori: No justice, no peace è il grido che le ha accompagnate.

Questa protezione riservata in esclusiva dallo stato ai propri “servitori” non ha fatto che moltiplicare il senso di impunità e le violenze arbitrarie delle forze dell’ordine, inscenando inoltre nella maniera più vivida la distinzione e il conflitto tra Stato e democrazia. Chi agisce al servizio del primo gode di uno status privilegiato rispetto a chi si muove e agisce semplicemente nell’alveo della seconda. La diseguaglianza di fronte alla legge secondo ordini e funzioni è una pratica in rotta di collisione con i fondamenti stessi della democrazia. Ma è in linea con la cultura dello stato di eccezione. Possiamo dunque rispondere affermativamente alla domanda se siamo o meno nemici dello Stato: lo siamo sempre dal momento in cui confligge con la democrazia e con ogni esperienza di autogoverno. Ma senza prendercela, per questo, con gli uomini e le donne in divisa, a patto di esserne rispettati.

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